I buoni propositi

Gennaio. In Italia siamo orgogliosamente impegnati a infrangere i buoni propositi istituiti nell’ingenuità etilica del capodanno, inauguriamo il 2020 sull’altare dell’ottimismo.

Anno nuovo, vita nuova. Come sempre. 

In Cina un nuovo agente patogeno serpeggia silenzioso tra i banchi di un mercato di Wuhan.

A quasi 8000 km da noi, nella provincia dell’Hubei, la catastrofe è agli albori. Non sappiamo nemmeno dove sia l’Hubei. Non ci interessa. È lontano, non ci tocca. 

La distanza, lo scopriamo presto, è una misura astratta. Se ne parla distrattamente, lo ignoriamo, ma il virus è impaziente e subdolo. Fugge dalle bancarelle per accomodarsi rapidamente in più ospiti possibile e proliferare indisturbato.

Le sue vittime sono complici inconsapevoli. Ad ogni abbraccio lo rafforzano. L’incubazione è lenta, lui tace. Immobile. Quando intuiamo la minaccia, siamo già in ginocchio.   

L’Organizzazione Mondiale della Sanità accorge il pericolo e dichiara lo stato di emergenza sanitaria, l’Hubei resta nell’occhio del ciclone. In Italia continuiamo a trasgredire fioretti e a garantire ordine e ordinarietà alle nostre giornate, ma non possiamo più andare in Cina.

Incurante della sua codardia, il virus si scatena contro i più deboli, predilige anziani e immunodepressi. Dilaga. Non ci teme, vuole farsi conoscere. 

Lo accontentiamo e -forse per scongiurare la paura dell’ignoto- gli diamo un nome: Covid19. 

Dai nostri divani assistiamo sbigottiti alle immagini che arrivano da Wuhan. Il telegiornale fotografa uno scenario surreale, undici milioni di persone sono in isolamento. La città è deserta, i suoi abitanti si incoraggiano vicendevolmente dai balconi con parole incomprensibili. 

Non tratteniamo l’infelice paragone di quella realtà con l’immaginario apocalittico proprio del cinema holliwoodiano, ma noi ci sentiamo al sicuro, il nostro soggiorno è una fortezza.

In Europa viviamo assopiti in una calma apparente, ciechi e impreparati a fronte di un’epidemia inevitabile. 

E infatti non la evitiamo. È l’Italia dei buoni propositi la prima ad essere investita. Il 21 febbraio viene annunciato il primo contagio a Codogno, nel lodigiano. Il giorno dopo sono tre, quello dopo ancora dieci. È esponenziale. In meno di un mese il Covid19 raggiunge tutti. Il governo impone misure restrittive, prima sulla Lombardia e poi sulla Nazione.  Le strade si svuotano, diventiamo l’Hubei. 

Bergamo è tra le città maggiormente colpite, le mura Venete non bastano a proteggerla da un assedio tanto feroce. Il virus è sleale e aggressivo, si insinua nelle nostre vite, le stravolge.  È marzo. Progetti e speranze si sgretolano tra le dita come granelli di sabbia. Gli ospedali collassano e noi moriamo. Assistiamo inermi allo sfacelo. Muti nel rispetto della sofferenza.

Il Covid si nutre di quanto abbiamo di più caro, la nostra umanità. Ci obbliga al distanziamento sociale, ci priva degli affetti. Eppure impariamo a reagire. 

I media ci insegnano ad adottare un linguaggio bellico, veniamo addestrati a combattere. 

Il virus è refrattario ad ogni terapia, ma noi non ci arrendiamo.  Ci affacciamo alle finestre e finalmente comprendiamo le parole indistinte dei balconi di Wuhan, sono le stesse che adesso pronunciamo anche noi: andrà tutto bene. E ci crediamo. 

Riscopriamo il valore della solidarietà, ci impegniamo nella ricerca di soluzioni strategiche per fronteggiare il nemico. Un nemico che nella sua meschinità ci insegna ad allearci sotto un’unica bandiera.  Per la prima volta la nostra natura contraddittoria apporta dei benefici, è nella lontananza che noi ci avviciniamo. 

La quarantena inizia a mostrarci i primi risultati, il virus allenta la morsa, la curva epidemiologica rallenta, si stabilizza. Siamo cauti, ma torna l’ottimismo. È aprile. La primavera non ci aspetta, la vediamo sbocciare e vogliamo fiorire insieme a lei. 

Urge la ripartenza, ma non dobbiamo sottovalutare il nostro avversario. Sono imperative misure preventive, l’eventualità di una seconda ondata è tutt’altro che inverosimile. Ma questa volta non possiamo e non vogliamo farci cogliere impreparati. Non vanifichiamo tutti i nostri buoni propositi. 

Ricominciamo, insieme.